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OMICIDIO COLPOSO A CARICO DELL’IMPRENDITORE – come i provvedimenti anticovid ostacolano la ripresa

OMICIDIO COLPOSO A CARICO DELL’IMPRENDITORE – come i provvedimenti anticovid ostacolano la ripresa

A cura di Luciano Ficarelli

Non bastavano i lenti procedimenti bancari per l’erogazione del credito, il malfunzionamento del sito INPS nell’assegnazione dei bonus di 600 euro e la burocrazia delle Regioni per l’erogazione della Cassa Integrazione Guadagni, ma anche le insidie nascoste nei meandri dei provvedimenti governativi e degli enti coinvolti fanno la loro buona parte per rallentare e disincentivare la ripresa economica.

 Tutto nasce dal combinato disposto del Decreto Cura Italia e dalle circolari dell’INAIL; queste ultime assimilano il contagio da Covid-19, se contratto in azienda, ad un infortunio e non ad una malattia. Pur se la Circolare n. 13 dell’INAIL (https://www.inail.it/cs/internet/atti-e-documenti/note-e-provvedimenti/circolari/circolare-inail-13-del-3-aprile-2020.html) e le relative faq assicurano che l’onere della prova sul contagio in azienda non è a presunzione diretta (semplice) e dunque non è l’imprenditore a doversi discolpare, la possibilità che si possano configurare dei potenziali profili non solo di responsabilità civili ma anche penali, con reati che possono arrivare a contemplare anche l’omicidio colposo, mette il datore di lavoro nelle condizioni di non essere affatto tranquillo seppur abbia adottato tutte le misure necessarie ad evitare il contagio Covid-19 indicate nei Protocolli ministeriali (si veda il mio articolo di ieri “Le misure di prevenzione per le aziende nella fase 2” disponibile sul sito www.professionistiintegrati.net).

La valutazione del medico, avvisato dall’azienda secondo le disposizioni di legge, sarà fondamentale per decidere se il virus possa essere stato causato da un’insufficiente predisposizione delle misure per il contrasto e la prevenzione del contagio e, pertanto, coinvolgere o meno l’azienda. Quanto dichiarato dal medico sarà determinante per incanalare la pratica verso l’INAIL (infortunio sul lavoro con le conseguenze sopra paventate) o verso l’INPS (malattia contratta al di fuori dell’azienda).

Poiché sarà praticamente impossibile stabilire con certezza che il contagio sia avvenuto in azienda o fuori dall’azienda, l’imprenditore sarà tenuto all’osservazione scrupolosa delle indicazioni fornite dai più volte enunciati Protocolli, ma anche la sua meticolosa azione di prevenzione potrebbe essere soggetta ad interpretazioni nel corso di eventuali cause giudiziarie intraprese dai danneggiati. Potremmo usare un po’ la nostra immaginazione e individuare una serie di casistiche da utilizzare a sfavore dell’azienda: un detergente assolutamente efficace ma realizzato senza le indicazioni dell’OMS, l’utilizzo di mascherine non conformi momentaneamente utilizzate in attesa della consegna di quelle conformi non più disponibili a causa di carenza sul mercato, la ventilazione discontinua nei locali d’intrattenimento del personale a causa di un prolungato intervento di manutenzione degli impianti, un pc portatile non sanificato perché lasciato nella disponibilità di un dipendente di ritorno da una settimana in smart work, il malfunzionamento del rilevatore della temperatura che non è riuscito ad individuare i primi sintomi del dipendente contagiato, e così via.

Poiché è di moda chiedere lo scudo penale, sarebbe dunque opportuno che anche l’imprenditore possa essere tutelato da eventuali danni subiti dai dipendenti, dai fornitori che frequentano l’azienda e anche dai clienti, qualora abbia rispettato tutti i protocolli di sicurezza con meticolosità e precisione. Per risolvere il problema basterebbe fare riferimento a quanto già legiferato in tema di responsabilità dell’amministratore ai sensi della Decreto Legislativo 231 del 2001, responsabilità che si esclude qualora l’impresa abbia attuato i modelli organizzativi idonei ad evitare la commissione dei reati prospettati.

Proprio in riferimento al Dlgs 231/2001, si riporta sinteticamente, da un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore a nome di Patrizia Maciocchi, la sentenza della Cassazione n. 13575 che ha condannato l’azienda in quanto responsabile, per colpa specifica, in quanto non ha fornito le protezioni adeguate al proprio dipendente e non l’ha informato nel dettaglio sui pericoli a cui andava incontro e non aggiorna il documento di valutazione dei rischi. “La Suprema Corte dichiara la prescrizione del reato di lesioni personali colpose a carico dell’amministratore unico di una Spa, ma conferma la sanzione di 30mila euro inflitta all’azienda per lesioni colpose gravi, per la violazione delle norme di sicurezza sul lavoro (articolo 25-septies Dlgs 231/2001). L’incidente riguardava un lavoratore che si era ustionato per rimuovere dei residui di plastica da un iniettore, aiutandosi con un’asticella di rame, senza usare i guanti. Un’impudenza che non salva l’azienda, perché i guanti in dotazione non erano adeguati. Alla base della condanna il mancato acquisto di guanti utili ad evitare le ustioni, l’omesso aggiornamento del DVR, e la scarsa formazione dei lavoratori. Il vantaggio, che la norma richiede per affermare la responsabilità dell’ente, stava nel risparmio di spesa derivato sia dal mancato acquisto di dispositivi più efficaci di quelli in uso, sia nell’assenza di corsi di formazione, oltre che nel maggior guadagno dato da ritmi di produzione resi più veloci dall’assenza di misure stringenti sulla sicurezza. La Suprema corte, ricorda le regole che le aziende devono rispettare per evitare la condanna, indicazioni più che mai utili nel periodo di convivenza con la pandemia sui luoghi di lavoro. Non passa la tesi della difesa secondo la quale serviva la prova che l’incidente si sarebbe verificato anche se il lavoratore avesse indossato la protezione fornita. Né si poteva affermare il nesso causale tra l’evento e il mancato aggiornamento del DVR, visto che il lavoratore non aveva rispettato le disposizioni di sicurezza. Per i giudici anche i comportamenti scorretti dei dipendenti andavano addebitati alla società a causa delle lacune informative. L’azienda, oltre a fornire le protezioni ottimali, deve mettere il lavoratore nella condizione di fronteggiare tutti i rischi, prevedibili. All’imputato e alla società è stata contestata un’ipotesi di colpa specifica «concernente l’omessa adeguata previsione di un modello organizzativo adeguato, nel quale rientra anche la mancata formazione dei dipendenti»”.

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