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OBBLIGO DI MUTAMENTO

OBBLIGO DI MUTAMENTO

In una curva molto pericolosa, un pullman, incurante dei segnali che avvisavano di prepararsi al pericolo, sbanda, colpisce alcune auto, rompe i vetri dei finestrini e finisce la sua corsa sul ciglio della strada. Pochi centimetri più in là c’è un burrone. Il pullman è in bilico, oscillante sul ciglio. Arrivano i soccorsi, prima una pattuglia della Polizia, poi qualche automobilista scampato all’incidente, poi anche un’auto dei Carabinieri. Si fermano a guardare il pullman e tutti i danni che ha provocato lungo la curva: vetri per terra, pezzi di lamiere, guardrail danneggiati. I soccorritori, mentre chiamano i mezzi più adatti a tirar via dal ciglio della strada il pullman, cominciano a discutere su ciò che avrebbe potuto fare l’autista per evitare l’incidente. Dentro il mezzo si sentono lontani dei lamenti, qualche grida di soccorso, ma i toni della discussione tra i soccorritori si fanno più alti e nessuno riesce a sentire. Passano più di due ore. Le radio delle auto di Polizia e Carabinieri avvisano che un ingorgo più a monte ha provocato dei ritardi, ma promettono che i soccorsi arriveranno prima possibile. Anche le ambulanze sono in ritardo. I soccorritori allora decidono di prendere delle funi, le agganciano al pullman e due delle loro auto cercano di tirar via, incastrato sul ciglio, quel mezzo che, ormai, è in forte pericolo di caduta libera nel burrone. I mezzi di soccorso speciali stanno arrivando. Speriamo che tutto finisca bene. Eccoli lì all’orizzonte. Arrivano a sirene spiegate e, con tanta enfasi, chiedono spazio ai presenti rassicurandoli sulla riuscita del soccorso. Ma i mezzi speciali non riescono a tirar fuori dal pericolo il pullman. Si accorgono che ci voleva un mezzo di soccorso più adatto alla delicata situazione. Le speranze di salvataggio sono ormai ridotte al lumicino.

Ho drammaticamente rappresentato con una metafora l’immagine della nostra Italia (il pullman), ferma sul ciglio della strada in attesa che qualcuno la salvi. Nonostante il mio sempre cauto ottimismo, questa volta, guardando i dati macroeconomici pre e post Covid-19, non riesco a guardare il futuro con lo stesso entusiasmo e la stessa voglia che ebbero i nostri nonni e i nostri genitori all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Quando finirà l’emergenza sanitaria ci troveremo con migliaia di imprese che non ce l’hanno fatta, professionisti senza clienti, famiglie disperate alla ricerca del benessere perduto.

I dati macroeconomici, di cui accennavo prima, dicono che a fine 2019 l’Italia aveva un debito pubblico superiore a 2.400 miliardi di euro. Una cifra sempre in crescita dai tempi della cosiddetta Prima Repubblica e che ci ha portato, come effetto, solo Leggi di Bilancio lacrime e sangue, soprattutto per l’adeguamento ai rigidi parametri europei stabiliti dal Trattato di Maastricht. Non si sono potute sviluppare politiche espansive attraverso gli investimenti in infrastrutture e innovazioni tecnologiche e nemmeno politiche fiscali per ridurre la pressione fiscale. La disoccupazione è sempre a livelli superiori agli altri Stati europei e questo provoca due effetti disastrosi per l’erario: aumento della richiesta di reddito di sussistenza e diminuzione di contributi pagati all’Inps. Quest’ultima è una bomba ad orologeria che sta per esplodere: l’aumento della vita media degli italiani, l’immobilità dei posti di lavoro, l’aumento degli assegni legati agli ammortizzatori sociali, come il reddito di cittadinanza, cassa integrazione e disoccupazione, il bilancio costantemente in rosso dell’istituto di previdenza che paga prestazioni sempre superiori alle entrate, fa sì che un minimo ulteriore sbilanciamento inneschi la miccia.

Mi fermo a questi due dati, pur sapendo che tante altre variabili sono altrettanto insidiose, per analizzare la situazione post Covid-19. A causa del prolungato lockdown, lo Stato ha dovuto ricorrere a spese straordinarie ed impreviste, chiedendo prestiti all’Europa, emettendo montagne di titoli di Stato, garantendo la solvibilità dei prestiti delle banche alle imprese in corso di erogazione. Miliardi di euro saranno spesi in brevissimo tempo e altri saranno promessi in pagamento per interessi su titoli, rimborsi alle banche per i crediti inesigibili e rimborsi delle rate per ripristinare i Fondi messi a disposizione dall’Europa. Contemporaneamente, ogni mese, almeno per i prossimi sei, le imprese saranno impossibilitate a versare le imposte per due motivi: il primo per mancanza di fatturato, il secondo perché molte imprese avranno finito ben presto gli aiuti statali o bancari che saranno stati destinati al pagamento degli stipendi, al pagamento degli affitti e al sostentamento della famiglia. Tutto ciò, provocherà un aumento fuori controllo del Debito Pubblico che porterà il rapporto Debito/PIL dal precedente 133% al 163% (secondo uno studio di Flossbach von Storch), ma, dal mio punto di vista, molto di più, almeno al 180%, se contiamo la diminuzione del Prodotto Interno Lordo di alcune centinaia di miliardi già denunciata dal settore Turismo, Trasporti, Spettacolo, Sport, Artigianato e Commercio, ed il crollo dell’export. E non solo. L’Inps, con i suoi dieci anni di bilancio in rosso alle spalle, si vedrà costretta a denunciare un deficit oltre ogni previsione a causa della Cassa Integrazione Guadagni aperta praticamente a tutti i lavoratori delle aziende chiuse e semichiuse da marzo a, con ogni probabilità, tutto dicembre, richieste di disoccupazione in forte incremento, aumento di percettori del reddito di cittadinanza, emissione di assegni per il baby sitting, bonus 600 euro di marzo e 800 euro di aprile alle partite iva. Un collasso previsto e non denunciato. L’Inps sarà obbligata a chiedere all’erario di staccare un cospicuo assegno per la copertura del deficit o altrimenti dichiara fallimento. Quindi, altro debito.

Alla luce di questi due dati – Debito Pubblico e Bilancio Inps – mi sembra quantomeno scontato che l’Italia rischia di precipitare dentro quel burrone nell’attesa, per ora vana, che qualcuno da lassù possa aiutarci e tirarci fuori dal pericolo con forza e determinazione. Se nulla accadrà nei prossimi giorni, non mesi, l’Italia rischia di risentire quelle amare parole del 2011 che riecheggiano ancora tra i ricordi di lacrime ministeriali di forneriana memoria. Ma questa volta non basterà un Governo Tecnico o cento Task Force a salvare gli stipendi e le pensioni di milioni di italiani. Non sarà un calo dello spread o un cambio di dirigenza a salvare il nostro popolo.

Oltre all’appello divino che anche i peggiori eretici invocheranno, serve un deciso cambio di passo in ogni aspetto della vita pubblica, rapido e immediato, un vero e proprio mutamento. Sburocratizzazione delle attività economiche, digitalizzazione completa e totale di tutti i servizi pubblici, trasformazione della scuola pubblica in fucìna di imprenditori e lavoratori efficienti attraverso l’inserimento di almeno due lingue straniere e utilizzo mirato dei dispositivi informatici ad alta prestazione sin dalle scuole elementari, riduzione della pressione fiscale, immissione nel sistema economico di tutti i contributi europei già stanziati e disponibili per le imprese, facilitazioni nelle assunzioni, forte recupero dell’evasione attraverso un deciso intervento sulle furbe multinazionali, rapida realizzazione di una fiscalità comune europea per abbattere ogni ostacolo alla concorrenza, innalzamento della spesa per lo Sviluppo e la Ricerca nella tecnologia e nel campo della medicina, realizzazione di Task Force a supporto dello Stato composte esclusivamente dalle eccellenze di neolaureati delle università italiane per la ricerca di sistemi e processi innovativi, completa apertura all’energia rinnovabile e all’efficientamento energetico di tutto il patrimonio edilizio, pubblico e privato, con cessione del credito d’imposta totale sugli investimenti alle aziende più strutturate, completa e veloce trasformazione del parco auto dai motori tradizionali a quello elettrico. Queste sono alcune delle ricette per salvare il “pullman”. I mezzi tradizionali non bastano più. Siamo ad una svolta. Adesso, per ritornare tra i più forti Stati al mondo, oppure finire giù, nel baratro più profondo.

Luciano Ficarelli

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1 Comment
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    Enzo ficarelli
    Pubblicato alle 00:18h, 02 Maggio Rispondi

    Analisi perfetta.

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